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Chernobyl, il tributo del ProgettoHumus

Carlo Spera
Libro e Mostra fotografica: "Viaggio al termine della notte"
Vent’anni dopo l’esplosione della centrale nucleare di Cernobyl

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“Inizialmente il sito di Progetto Humus ricco di informazioni e documenti essenziali, poi il suo fondatore in carne e ossa Massimo Bonfatti con la sua professionalità, hanno rappresentato molto per questo progetto tanto da diventarne parte integrante e indispensabile. Molti dati riportati nel volume provengono infatti da Progetto Humus e la premessa al volume, solo due pagine ma a mio avviso di grande interesse, sono opera di Massimo.
È raro trovare in Italia siti internet così ben fatti, sempre aggiornati ed estremamente attendibili. Ed è raro trovare in Italia anche persone come Massimo, con il quale il parlare non è mai solo un esercizio per le corde vocali, piuttosto una possibilità, sempre e comunque”.

Carlo Spera

“La fotografia non esiste per rappresentare, ma per ricordare” - Roland Barthes

Il lavoro è finalizzato a evidenziare le problematiche che, nonostante i venti anni trascorsi, continuano ad affliggere le popolazioni maggiormente colpite dalla fuoriuscita di sostanze radioattive avvenuta in seguito al disastro nucleare di Cernobyl’ il 26 aprile 1986. La nube tossica si è a poco a poco dissolta e con essa anche l’attenzione da parte dell’opinione pubblica, della stampa e della televisione che all’epoca tante parole avevano speso nel bene e nel male, schierandosi da una parte e dall’altra a parlare di atomo, pacifico, buono o cattivo, portando avanti campagne pro o contro il nucleare. Si è scelto di affrontare tale ricerca dopo essere venuti a conoscenza di come le conseguenze del disastro continuino incessantemente a devastare la popolazione in generale e i bambini in particolare: l’informazione in Italia, così come nel resto del mondo, è scarsa e prerogativa di coloro che si occupano direttamente del problema; sono soprattutto le nuove generazioni a ignorare l’entità e le proporzioni del disastro. La ricerca sul campo si è svolta in Ucraina, a Kiev e in prossimità della centrale nucleare esplosa nell’86 per documentarne l’attuale condizione e pericolosità; in Bielorussia dove è stato possibile visitare internati, carceri minorile, case-nido e ospedali, tra cui il Centro Oncologico Pediatrico di Minsk. Il viaggio ha permesso la raccolta di testimonianze dirette di coloro che il disastro l’hanno subito sia direttamente (la popolazione) sia indirettamente (gli operatori delle associazioni umanitarie).
Il lavoro si è sviluppato come una vera e propria ricerca socio-antropologica durante la quale, allo studio, alla documentazione dei contenuti e alle interviste senza regia, si è affiancato l’utilizzo di un’impassibile macchina fotografica. La fotografia è stata così strumento di indagine e di conoscenza, di partecipazione di esperienze e di scambio culturale, assumendo un ruolo di co-protagonista nella raccolta dei dati, nella loro rielaborazione e, soprattutto, nell’interpretazione della realtà osservata. Nel lavoro non spiccano immagini cruente, Carlo Spera affida ai simboli il compito di scatenare emozioni, nasconde invece di palesare. La sua denuncia si concretizza nell’affiancamento di elementi apparentemente inaccostabili, ogni scatto innesca nell’osservatore l’esigenza di approdare a un significato che vada oltre l’immagine. Di pari passo con l’itinerario fotografico si articola il diario dell’autore attraverso i suoi spostamenti nelle zone contaminate, da Cernobyl’ al sud della Bielorussia. Una parentesi narrativa condensata in due giorni, la lenta metamorfosi stilistica dell’autore che progressivamente abbandona la prima persona per confondersi con chi convive da vent’anni con la nube radioattiva. Il volume propone inoltre numerose interviste realizzate in loco che hanno interessato personale ospedaliero, genitori di bimbi affetti da tumori, associazioni di operatori legati alla tragedia di Cernobyl’, militari operativi nella zona contaminata, abitanti del luogo etc. Per abbattere le spese di distribuzione si è scelto di vendere il volume attraverso una mostra fotografica itinerante che girerà, a partire dalla seconda metà di giugno 2006, un po’ tutta Italia. Scelta che ci permetterà di destinare il 45% degli incassi all’acquisto di materiale sanitario per il Centro Oncologico Pediatrico “Borouliany” di Minsk. La mostra, che consta di quaranta fotografie in bianco e nero in formato 50x70 montate su pannelli in materiale ignifugo da un centimetro di spessore, e un lavoro multimediale della durata di 20 minuti circa, sono a disposizione di quanti volessero organizzare un incontro con l’Autore o una presentazione del volume.

BIOGRAFIA AUTORE:
Carlo Spera vive e lavora a Lanciano dove è nato nel 1976. Nel 2001 si è diplomato in “TECNICHE DELLA NARRAZIONE” alla Scuola Holden di Torino fondata da Alessandro Baricco. Da allora, alterna al lavoro di scrittore-fotografo quello di insegnante, organizzando corsi di cinema, narratologia e fotografia sociale nelle scuole. È stato ideatore del “PRIMO CONTROCORSO DI CINEMA E NARRATOLOGIA” presso l’Università Popolare di Roma; ha collaborato con LA STAMPA, LA REPUBBLICA, IL SECOLO XIX, IL CENTRO, D’ABRUZZO e VIRUS. Il suo primo reportage fotografico, “R-ESISTENZA”, è stato pubblicato su www.virgilio.it e trasmesso nel corso del programma televisivo “CERNOBYL’, VENTI ANNI DOPO” di Paolo Galimberti. Per Radio Rai ha scritto il radiodramma “UNA QUESTIONE DI SPAZIO” trasmesso in diretta radiofonica dal Teatro Gobetti di Torino per la regia di Sergio Ferrentino.

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Un click sulle immagini per poterle ingrandire

Foto 1
Viaggio al termine della notte
Bielorussia, zone contaminate vicino la città di Bragin

... e ficcati bene in capo una cosa: tu non sei importante. Tu non sei nulla... abbiamo continuato come se niente fosse ad insultare i morti. Abbiamo continuato a sputare sulle tombe di tutti i poveri morti prima di noi. Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Ricordiamo.
Vieni ora. Per prima cosa provvederemo alla costruzione di una fabbrica di specchi, perché dovremo produrre soltanto specchi per almeno un anno, tutti specchi, dove ci converrà guardare, lungamente.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451
Foto 2
Skyline
Ucraina, in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’

Fotografare è una maniera di vivere. Ma importante è la vita non la fotografia. Importante è raccontare. Se si parte dalla fotografia non si arriva in nessun altro posto che alla fotografia.

Ferdinando Scianna
Foto 3
Verso l’alto
Ucraina, in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’

Nello stesso ritmo con cui l’umanità padroneggia la natura, l’uomo sembra diventare schiavo di altri uomini o della propria ignominia. La stessa pura luce della scienza sembra incapace di risplendere se non sullo sfondo buio dell’ignoranza. E le nostre invenzioni e i progressi sembrano avere la conseguenza di assegnare una vita intellettuale a forze materiali e di degradare la vita umana a forza materiale.

Karl Marx
Foto 4
Indietro
Ucraina, in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’

Da quando siamo entrati nella zona di esclusione, a parte i militari fermi al posto di blocco, non abbiamo ancora incontrato anima viva né trovato un cartello stradale che indichi la direzione da seguire. Pur non essendo una giornata particolarmente calda, man mano che ci avviciniamo alla centrale la temperatura continua ad aumentare, come se la strada che stiamo percorrendo dovesse portarci dritta all’inferno e fossimo destinati a bruciare come vittime sacrificali sull’altare del suo Signore.

Carlo Spera
Foto 5
Il primo passo
Ucraina, in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’

Ne avevo viste troppe io di cose non chiare per essere contento. Ne sapevo troppo e non ne sapevo abbastanza... quel che è peggio è che uno si chiede come l’indomani troverà quel po’ di forza per continuare a fare quel che ha fatto il giorno prima e poi già da tanto tempo, dove trovare la forza per quelle iniziative sceme, quei mille progetti che non arrivano a niente, quei tentativi per uscire dalla necessità opprimente, tentativi che abortiscono sempre, e tutti per arrivare a convincersi una volta per tutte che il destino è invincibile, che bisogna sempre ricadere ai piedi della muraglia, ogni sera, sotto l’angoscia dell’indomani, sempre più precario, più sordido. Forse è anche l’età che sopraggiunge, traditora, e ci annuncia il peggio. Non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita, ecco... la verità è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire.

Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit
Foto 6
All’amo
Ucraina, centrale nucleare di Cernobyl’, il Sarcofago costruito nel 1986 attorno al reattore n° 4

Che sfinge di cemento e alluminio sfondò loro il cranio divorandogli cervello e fantasia?

Allen Ginsberg, Urlo
Foto 7
Il sarcofago
Ucraina, centrale nucleare di Cernobyl’, il Sarcofago costruito nel 1986 attorno al reattore n° 4

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo. Ciò che diciamo progresso, è questa tempesta.

Walter Benjamin, Angelus Novus
Foto 8
Cartolina
Ucraina, a pochi metri dall’ingresso della centrale nucleare di Cernobyl’

Saluti da Cernobyl’…
Carlo Spera
Foto 9
I quattro reattori
Ucraina, a pochi metri dall’ingresso della centrale nucleare di Cernobyl’

Il collegamento tra l’uomo e dio è la creazione. In maniera biunivoca. Dall’alto dio crea e manda giù, dal basso l’uomo crea cercando di spedire su. Quattro ganci pendono dall’alto. Pare sì, che questo dio l’unico aiuto che abbia potuto inviarci, dal suo alto, più che il suo dito che incrocia il nostro nella luce della cappella sistina, è il gancio di salvezza che cala nel bianco dell’esplosione del reattore lenin. Perché in questo caso, in questa sofferenza, se dio lo avesse, un volto, non lo vedremmo, solo nube, cielo grigio cupo di vergogna; e se le avesse le braccia sarebbero ganci come mani di scheletri che pendono dal cielo.

Giorgio Anastasio, documentarista
Foto 10
La città fantasma
Ucraina, Pripjat’, panorama della città dall’ultimo piano dell’albergo Polissia

Come spazzata via da una bomba pulita, la città è ridotta alla sua glaciale geometria: strade incrociate, perpendicolari dominate da grandi parallelepipedi rettangolari con lunghe file di finestre; ma le strade sono deserte e alle finestre non c’è nessuno. Apparentemente nulla è rovinato, tutto è intatto. Il passato qui è datato. Il deserto è stato decretato dall’oggi al domani. Si sa benissimo qual era la funzionalità di questi luoghi a forma di caserme, ed essa sarebbe oggi la stessa anche se non si fosse verificato l’incidente. Rovina no, ma crisi e incidente, come si parla di crisi cardiaca o di colpo apoplettico; morte improvvisa, imprevista. Di qui, forse, la sensazione che la città abbandonata, la città la cui vita se n’è andata senza toccar nulla, ci guardi dalle sue migliaia di finestre vuote, ci guardi senza vederci, come un fantasma e non abbia nulla da dirci che noi già non sappiamo. Qui il tempo non sfugge alla storia; la storia l’ha ucciso.

Marc Augé, Le temps En Ruines
Foto 11
L’altro lato delle sbarre
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, l’impianto nucleare di Cernobyl’ visto dall’ultimo piano dell’albergo Polissia

Il fuoco degli atomi ha sventrato la piazza.
I falò sono svaniti nelle pupille delle bambole abbandonate.
Qui dove tutto tace
un soldato dimenticato
senza un acconto
senza libagioni
con un groppo di pena si riscalda sotto le colate di sole.
Il mostro nero della ciminiera
Con l’ultima ciocca di capelli
La bocca avida colore dello smeraldo
Come una turbina che si succhia tutti i colori
si sdraia sulla città
per l’ultima volta come un fantasma ferito.
E su un campo
Un fiore tagliato
Con dentro una goccia di rugiada infetta
Giace lì da quel giorno.
Non raccogliere quel fiore
c’è dentro il dolce oblio dei giorni andati.
Cupa fiaccolata di cadaveri bianchi.
Soffia il vento, la morte è qui.

Giorgio Taschini, autore televisivo
 
Foto 12
Il pranzo è servito
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, cucine in un asilo

... continuo a muovermi all’interno dell’asilo nido e a fotografare giocattoli impolverati e maschere antigas cercando di congelare questi oggetti in uno scatto e fissarli in una pellicola. Al pari degli antichi egizi che imbalsamavano i corpi, fotografo nel tentativo di soddisfare uno dei bisogni fondamentali della psicologia umana, la difesa contro il tempo. Catturo immagini, in fondo vorrei soltanto sottrarre alla corruzione del tempo ciò che fotografo. Ma a differenza degli egiziani la mia religione non fa dipendere la sopravvivenza dalla perennità materiale delle cose. Io non riesco a strapparle, come loro, al flusso della durata e pertanto non posso ricondurle alla vita. Non posso neanche salvare le apparenze. Nel momento dello scatto è come se aggravassi la loro situazione, complice anch’io del loro deterioramento.

Carlo Spera
Foto 13
Costruzioni
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, sala giochi in un asilo

... qui, ora, in ballo è la mia impotenza. Come un bambino nel momento in cui si accorge delle propri limitazioni, quando non lo soddisfano più né i giochi né le potenzialità della fantasia che gli hanno permesso fino a un attimo prima di essere altro da sé, mi ritrovo solo con me stesso a fare i conti con una realtà immutabile che mi devasta con tutta la sua potenza implacabile... i mattoncini di legno che una volta servivano ai bambini per edificare case e città sono ora sparsi sul pavimento coperto di polvere: mostrano il crollo del mondo e del sogno nucleare di un popolo che era convinto di vivere in uno dei luoghi più belli del pianeta, in una specie di paradiso in terra fatto di boschi, cemento armato e tecnologia.
Le tracce di questo mondo ovattato sono visibili ovunque: nelle cucine, nelle camere da letto dei bambini con decine e decine di letti a castello perfettamente allineati, nei cartelli di propaganda appesi alle pareti, nella rigida geometria dell’edificio stesso.

Carlo Spera
Foto 14
L’elefante addormentato
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, asilo, lettini per il riposo pomeridiano

E qualcuno già tende piano le mani a sfiorare le pallide ali e le orme lievi degli assorti angeli metropolitani, altre mani piantano semenze di rose nelle larghe crepe dei muri sbrecciati e tra le intenzioni del vivere resterà anche quel solo gesto un possibile sogno.

Remo Rapino, La profezia di Kavafis
Foto 15
Dal banco
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, aula di scienze in una scuola media

No non ora non qui in questa pingue immane frana
se l’obbedienza è dignità, la libertà è una forma di disciplina
assomiglia all’ingenuità la saggezza
ma non ora non qui, no non ora non qui
ecco che si muove sgretola dilaga...
uno si dichiara indipendente e se ne va
uno si raccoglie nella propria intimità
l’ultimo proclama una totale estraneità
tu con lo sguardo diretto all’avvenire
fissa il sole nascente là di lato all’imbrunire
ma non ora non qui, no non ora non qui....

CCCP, Depressione Caspica, Epica Etica Etnica Pathos
Foto 16
Piano
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, aula di musica in una scuola media

Quattro tasti di un pianoforte. Senza braccia che lo suonino giace oriz-zontale. L’arte autentica supera noi stessi e si eleva verso qualcosa di più alto e altro da noi. La musica aleggia ed è esempio perfetto di creazione, etere che riempie l’horror vacui dell’esistenza. Alla base di questa creazione, sia essa divina o umana, c’è una scintilla di luce. Scavare nell’atomo per cercare il potere di dio è anch’essa creazione, ma la luce, il rilascio di potere che tende verso l’alto, stavolta è venuto dopo. La polvere lo copre, il silenzio avvolge ogni cosa. Frammenti di note, pare non se ne odano.

Giorgio Anastasio, documentarista
Foto 17
Compagni di giochi
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, asilo

Io sono l’edificio distrutto. Io sono l’edificio, io la distruzione. Dovunque porto i segni di un disastro spietato. Le mura sgretolate sono brandelli di pelle che pendono dai miei arti. Mi scopro custode di un’enorme quantità di sogni e speranze infantili. Porto in me una perdita, sono il luogo che vive nel furore degli incubi. Avanzo tra i rottami e ascolto il rumore dei miei passi. Cammino su me stesso, mi calpesto senza riuscire a capire se sto andando avanti o indietreggiando. In ogni caso mi sposto dentro di me senza trovare l’uscita, una qualunque. Mi rendo conto che ogni porta scardinata ha un suo senso e smetto di muovermi; sono fermo dentro di me, il silenzio è ingombrante e scorre nei corridoi come sangue troppo denso nelle vene. C’è qualcosa di primitivo in tutto questo, forse un mondo che sta sorgendo, un mondo senza uomini e dunque senza colpa.

Carlo Spera
Foto 18
L’unica verità
Ucraina, città evacuata di Pripjat’, scuola

A Cernobyl’, i conti, non tornano.

Carlo Spera
Foto 19
Terreni contaminati
Bielorussia, zone contaminate nella regione di Gomel’

Quello che resta, alla fine di questa lunga giornata, è un antico insegnamento: “che i posti ne sanno più di noi e che, se cerchiamo di risignificarli, in realtà sono loro a definirci e a raccontarci chi siamo”.
Carlo Spera
Foto 20
Decollo
Ucraina, zona di esclusione in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’, cimitero dei mezzi a motore utilizzati nel 1986 per i soccorsi e per la costruzione del Sarcofago

Guardo le autobotti dei vigili del fuoco, le ambulanze, i mezzi corazzati, i camion, gli aerei, i cingolati e gli elicotteri M12 Mikayan, i più grandi del mondo, e sento che la mia condizione non è tanto dissimile da quella di un qualunque turista che si inoltra fra le rovine di un tempio greco. Questo perché il luogo in cui mi trovo mi ha scaraventato nel futuro. A differenza di quel viaggiatore, lì in Grecia, che aderisce perfettamente al presente e in qualche modo partecipa del passato, io sono l’uomo che verrà: solo, contaminato e smarrito in un immenso e agghiacciante vuoto. Una volta, in questa zona, c’era un fiorente villaggio, oggi, soltanto un’eccessiva presenza di radioattività. I mezzi contaminati sono disposti nella pianura rispettando una simmetria impressionante, sembra di camminare in un vero e proprio cimitero: è evidente, in tutta l’area, il tentativo degli esseri umani di regolamentare e disciplinare la morte attraverso l’uso di quella struttura rigorosa che è la geometria.
È una massa ordinata di rottami l’eredità che rischiamo di lasciare ai nostri figli. A differenza delle civiltà che ci hanno preceduto, la nostra non è più in grado di produrre rovine, soltanto macerie. Le produzioni odierne non hanno la capacità di invecchiare, marchiate dalla nascita hanno l’avvenire segnato.

Carlo Spera
Foto 21
Infinita distesa di carcasse
Ucraina, zona di esclusione in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’, cimitero dei mezzi a motore utilizzati nel 1986 per i soccorsi e per la costruzione del Sarcofago

Infinita distesa di carcasse. L’inizio di un censimento infinito.

Elenio Pallini, poeta
Foto 22
Cimitero
Ucraina, zona di esclusione in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’, cimitero dei mezzi a motore utilizzati nel 1986 per i soccorsi e per la costruzione del Sarcofago

Ditele che non è niente quel fumo che ulcera l’aria e quel fragile mare di cenere e quello strazio di ferri e di vetri e d’impianti elettrici, di chimica e di rame bruciato: soltanto un paese indicibile che andrà a svanire nel cigno chiaro dell’alba, quando giuste parole di nuovo verranno a salvare la terra.

Remo Rapino, Occasionali versi d’inizio estate
Foto 23
Irina
Ucraina, zona di esclusione in prossimità della centrale nucleare di Cernobyl’, nel cortile di casa di Irina e suo marito, residenti non autorizzati

Quando Irina, residente non autorizzata, terminò il suo racconto, non potemmo fare altro che ringraziarla del tempo che ci aveva concesso. Lei ci prese tra le braccia, augurandoci una buona vita e di fare un sacco di bambini. Il marito non disse niente; con il sorriso sulle labbra ci accompagnò fino al cancelletto dal quale eravamo entrati solo pochi minuti prima. Aspettò che lo oltrepassassimo, poi lo richiuse adagio e raggiunse la moglie. Rimasi fermo a guardarli fino a quando, insieme, arrivarono alla fine del cortile e furono solo due puntini che andavano perdendosi tra i campi.
L’incontro era durato solo pochi minuti, eppure sentivo di aver vissuto un frammento importante della mia vita. Non tanto per il fatto di aver raccolto una testimonianza di grande interesse, ma perché la nostra presenza lì era stata per Irina la prova tangibile dell’esistenza di un altro mondo. E noi eravamo stati i rappresentanti inconsapevoli di quel mondo, un mondo a cui anche lei un tempo era appartenuta e che, da quasi vent’anni, l’aveva dimenticata. A un tratto cominciai a sentire freddo nella calura pomeridiana e fui quasi felice quando Fëdor disse che dovevamo andar via. Salii in auto e indossai la maglia che avevo lasciato sul sedile posteriore pensando che non mi sarebbe mai servita. Metterla non mi diede alcun sollievo. Il gelo continuò a farsi sempre più intenso, un gelo che, me ne rendevo conto, non veniva dall’esterno, ma da dentro di me.

Carlo Spera
Foto 24
L’autoabbraccio
Bielorussia, Minsk, Ospedale Oncologico Pediatrico

La tua storia non è la più triste quando la racconto io. Eccomi qui, a guardare come la mia vita si incorpora alla tua.

Jesus Urzagasti, Lode n° 2 al Gran Chaco
Foto 25
In gabbia
Bielorussia, Minsk, Centro Oncologico Pediatrico

Io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisco l’iniquità dei padri sopra i figli, fino alla terza e alla quarta generazione.

Esodo 20, 5
Foto 26
Madonna con bambino
Bielorussia, Minsk, Centro Oncologico Pediatrico

Se avete lacrime, preparatevi a versarle adesso.

William Shakespeare, Giulio Cesare
Foto 27
In dissolvenza
Bielorussia, Minsk, Centro Oncologico Pediatrico

Qui la luce si ritrae e l’aria è satura dell’eco di lamenti
scorteccio le parole aride schegge secche adatte al fuoco...

Consorzio Suonatori Indipendenti, Esco, Linea Gotica
Foto 28
Sei tu ad aver paura
Bielorussia, Minsk, Centro Oncologico Pediatrico

... gli assassini son facili a capirsi. Ma questo: la morte, la piena morte, prima della vita...

Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi
Foto 29
Le sacre scritture
Ucraina, Kiev, pietra sacra

Lex Dieux s’en vont.
Gli dei se ne vanno.

Francois-René de Chateaubriand, I martiri
Foto 30
Io ti sorrido
Bielorussia, Mogilyov, carcere minorile

Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi.

Carl Gustav Jung, L’integrazione della personalità
Foto 31
Addizioni
Bielorussia, Mogilyov, carcere minorile

Addizionando i loro ricordi, le loro paure, le loro età e i loro sogni, ho cercato di matematizzare la loro esistenza ma ho scoperto soltanto nuove formule prive di risultato. L’equazione della loro vita è tutta qui nelle loro parole, ancora in attesa di una soluzione.

Carlo Spera
Foto 32
Il bambino con il cappello
Bielorussia, Mogilyov, carcere minorile

... aprii la borsa e tirai fuori la sua ultima lettera.
Ps: quando torni Bla a darmi quel bacio?
Chiedeva.
Presi l’ultimo foglio che avevo scritto.
Luogo segreto X-11
Subito.
Cancellai tutto quanto con uno scarabocchio.
Centro di addestramento per Minori
Appena posso.
E ti sposerò.
Disegnai qualche farfalla, sotto, e con ali grandi, in modo che non avessero problemi ad andarsene lontano.

Cristiano Cavina, Alla grande
Foto 33
Portami via
Bielorussia, Mogilyov, carcere minorile

... non dissi niente, né feci altre domande all’autista, pensai soltanto che per il resto della mia vita avrei dovuto fare attenzione a non dimenticare. Che c’era un vetro tra me e quel mondo, un vetro pulito e completamente trasparente certo, che mi permetteva di esaminarlo, ma pur sempre un vetro; che la gente, li, non vive, sopravvive, e che nemmeno muore, ma termina, appassisce; e che è legittimo combattere l’ingiustizia e il male, soprattutto lì dove il male e l’ingiustizia sono più vicini a noi, vale a dire dentro noi stessi.

Carlo Spera
Foto 34
Occhi
Bielorussia, Mogilyov, carcere minorile

Il nostro lavoro è spesso inutile. Ed è un lavoro enorme. Comunque io faccio tutto quello che posso. Ho il compito di mantenere questa struttura nel modo migliore. E lo faccio, a modo mio. Questo non è un istituto che sforna ragazzi che raggiungono traguardi notevoli, non partecipiamo alle olimpiadi scolastiche e non creiamo talenti. Qui da noi non ci sono risultati di cui vantarsi... Ve lo ripeto. Facciamo tutto il possibile, e non è facile. Gli spazi che abbiamo a disposizione sono limitati: questa struttura è stata costruita per ospitare sessanta bambini, ce sono centocinquanta. A noi servono soldi, certamente, ma anche validi collaboratori. Ma ciò di cui abbiamo veramente bisogno è l’esperienza, di qualcuno che ci insegni le metodologie per lavorare con i bambini che hanno problemi.

Victor, direttore del carcere minorile
Foto 35
Homo reus
Bielorussia, Mogilyov, carcere minorile

...tremendae majestasis,
Qui salvandos salvas gratis,
Salva me fons pietasis.
Oro supplex et acclinis,
Cor contritum quasi cinis,
Gere curam mei finis.
Lacrimosa dies illa
Qua resurget ex favilla
Judicandus homo reus...

CCCP, Militanz, Live in Punkow
Foto 36
L’ora d’aria
Bielorussia, Mogilyov, carcere minorile

... chiudo gli occhi e il mondo mi si rimpicciolisce intorno. Non ho perso la fiducia, è che la libertà mi fa paura, mi ha reso debole e inadeguato, non so che farmene. Sento il bisogno di sottomettermi a qualcosa, a un potere superiore ed estraneo. Piuttosto che sfruttare la mia libertà sarei felice di nascondermi nell’adesione passiva che caratterizza sempre più la società degli uomini. Fortunatamente la mia identità è precaria, così come lo è il concetto di giustizia che mi hanno insegnato. Proiettandoli in questo mondo intuisco facilmente che derivano soltanto da un distorcimento del linguaggio; raddrizzato il linguaggio, si disperdono i concetti. Le presunzioni che caratterizzano la società in cui sono cresciuto potrebbero anche non far parte di me, anzi, potrebbero rivelarsi l’indizio più evidente della scarsa obiettività di quella stessa società.

Carlo Spera
Foto 37
Giocando nella terra
Bielorussia, Mozyr, Centro di riabilitazione per bambini che vivono in zone contaminate

Mi basta l’apparenza oramai per coltivare l’esercizio della quiete, per lenire le fatiche del ragazzo che s’addorme dopo architetture di sabbia. L’intero universo - tolta la maschera - è poco più di questo alla fine: un ragazzo dai capelli di grano che si consuma lungo le frastagliate rive del tempo.

Remo Rapino, In forma di congedo
Foto 38
R-esistenza
Bielorussia, Mozyr, Centro di riabilitazione per bambini che vivono in zone contaminate

Quattro braccia tendono all’alto. Non ci sono volti in questi frammenti. È il fuoricampo a inviarceli e, come per ogni mostro quand’eravamo piccoli, sotto le coperte, immaginiamo il peggio. Da qualcuno verranno pure queste braccia che afferrano la sbarra. Siano i volti bloccati da Car-lo in queste pagine, non mostri ma vittime di mostri, o chissà chi, la sensazione è sempre la stessa, non braccia che si protendono verso il cie-lo, santi in attesa di luce e creazione divina, ma arti ingabbiati, tesi che sembrano dire: inutile guardare i nostri volti, tanto noi, un futuro, non ce l’abbiamo.

Giorgio Anastasio, documentarista
Foto 39
Come dovrebbero essere
Bielorussia, Mogilyov, l’Internat n° 5, il più grande orfanotrofio del paese

Ho sempre fotografato le cose così come sono; questa volta ho deciso di non farlo: un orfanotrofio non così com’è, ma così come dovrebbe essere: vuoto.

Carlo Spera
Foto 40
Mani in alto
Bielorussia, Mozyr, Centro di riabilitazione per bambini che vivono in zone contaminate

Conosco le abitudini e i suoi prezzi e non voglio comperare né essere comprato
attratto fortemente attratto civilizzato, sì civilizzato
comodo ma come dire poca soddisfazione, soddisfazione signore
ventiquattromila pensieri al secondo crescono inarrestabili alimentando voglie e necessità
voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio m’aspetta...

Consorzio Suonatori Indipendenti, Forma e sostanza, Noi non ci saremo
Foto 41
Dissenso
Bielorussia, Minsk, un murales di protesta sul muro di un palazzo

Per un minuto Rosa Tea continuò a sedere nel silenzio frusciante del fienile, poi si alzò faticosamente in piedi aggiustandosi la coperta attorno al corpo, si diresse a passi lenti verso l’angolo e stette qualche secondo a contemplare la faccia smunta e gli occhi spenti. Poi si inginocchiò e si sdraiò accanto a lui. Il moribondo scosse lentamente la testa in segno di rifiuto. Rosa Tea si denudò il petto e glielo offrì, passandogli una mano sotto la testa. “Qui, qui, così”. Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano amorevolmente tra i capelli. Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente.

John Steinbeck, Furore
Foto 42
Alexandr tra passato e presente
Bielorussia, villaggio evacuato di Astragljady, dentro quella che venti anni fa era la casa di Alexandr

La giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia.

Thomas Mann
Foto 43

Ucraina, Kiev, per strada

Non si tema il proprio tempo è una questione di spazio
la facoltà di non sentire la possibilità di non guardare...

Consorzio Suonatori Indipendenti, Linea Gotica, Linea Gotica
Foto 44
Incroci
Ucraina, Kiev, metropolitana

Un giorno qualsiasi, metropolitana di Minsk.
Prima fermata. Siamo nella merda, solo che non sappiamo di che tipo di merda si tratti e di quanta ce ne sia in giro.
Seconda fermata. La locomotiva mi sussurra che non sono nessuno, centinaia di corpi ammassati che ne formano uno solo, l’indifferente corpo della rassegnazione.
Terza fermata. Vedo me stesso riflesso in uno specchio, invano tento di riconoscermi. Sono uno e tutti, parte integrante ma non indispensabile di questo turbillon proletario.
Quarta fermata. Chiudo gli occhi. Poi, ogni cinque secondi, all’improvviso li riapro: è progredito, è cambiato, è sempre lo stesso.
Quinta fermata. Sembra ci si sforzi, che si stia per partorire, ma si sta solo soffrendo…

Carlo Spera
Foto 45
Generazioni
Ucraina, Kiev, tre generazioni a confronto

Sediamoci sotto un albero e parliamo - un poco, non tanto. Dimmi in un fiato se è vero che muta ogni cosa e che tutto infine dissolve, dimmi se nelle notti che sciamano stelle la parola si fa postilla di voce e le ortiche finalmente si scrollano di dosso la paura del fuoco... Fammelo sapere prima che mi si screpoli il cuore.

Remo Rapino, In forma di congedo
Foto 46
Faccia a faccia
Bielorussia, Minsk, un angolo appartato nel centro della città

Tutto ciò che esiste, esiste forse perché un’altra cosa esiste. Nulla è, tutto coesiste: forse è giusto che sia così. Sento che io non esisterei in quest’ora se quella lampada non fosse accesa laggiù, da qualche parte, faro che non sta a indicare nulla in un falso privilegio di altezza. Sento questo perché non sento nulla. Penso questo perché questo è nulla. Nulla, nulla, parte della notte e del silenzio e di ciò che con essi io sono di nullo, di negativo, di intermittente, spazio fra me e me, dimenticanza di un dio ignoto...

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine
Foto 47
Il bacio
Bielorussia, Minsk, al parco

Chi vuol esser baciato dalla gloria, chi dalla fortuna, io da te.

Federico Spera, Baci

La voce di Dio gli ripeté: C’è un istante preciso in cui il mondo è meraviglioso: adesso.

Alexander Jodorowski, Quando Teresa s’arrabbiò con Dio
Foto 48
Finché morte non ci separi
Ucraina, Kiev, matrimonio

Quanto più le teorie socialiste pretendono di essere scientifiche, tanto più esse sono transitorie; ma i valori socialisti sono permanenti. La distinzione fra teorie e valori non è ancora abbastanza chiara nelle menti di quelli che riflettono a questi problemi, eppure è fondamentale. Sopra un insieme di teorie si può costituire una scuola e una propaganda; ma sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini.

Ignazio Silone
Foto 49
Il senso della vita
Bielorussia, zone contaminate a pochi chilometri dalla città di Bragin, nido di cicogna

Quello che è rimasto, quello che resiste, là sotto, tu lo vedi, airone, sotto le montagne di macerie, dentro i crateri delle bombe, sotto le colline d’immondizia, lì dove resiste, continua, rinasce la semplice vita, ultima, dimenticata, dileggiata, rimossa, ridotta a poltiglia nella mente degli uomini, la semplice vita, il nascere e morire, rinascere e volare via, aprirsi, amare, quello che è vivo, amore, sotto la semina dell’odio.

Antonio Porta, Il giardiniere contro il becchino

Molte persone che hanno visto questa fotografia mi hanno domandato quanti figli avessi e il più delle volte, senza lasciarmi rispondere, hanno incominciato a parlarmi dei propri, di quanto fosse difficile crescerli e dargli tutto ciò di cui hanno bisogno. Quando confessavo di non avere ancora figli, ci rimanevano male, come se avessi fatto una fotografia che non spettava a me scattare. Beh, nella mia fantasia metto al mondo un figlio tutti i giorni.

Carlo Spera

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:. INDICE - CHERNOBYL, IL TRIBUTO DEL PROGETTOHUMUS