Radici Comuni degli stati coinvolti dall'incidente di Chernobyl

IL MEDIOEVO RUSSO - STORIA DELL’ANTICAUCASO:

1) Scorsa sulle ultime vicende dell'Impero Cazaro e dei suoi rapporti con la Rus’ di Kiev
2) I Cazari e lo scherzo della zucca
3) Una bylina cecena

1) Una scorsa sulle ultime vicende del grande Impero Cazaro e dei suoi rapporti con la Rus’ di Kiev

di Aldo C. Marturano ©

Ho tenuto da parte finora un articolo del commercio fra nord e sud d’Europa, fra nord d’Europa e nord dell’Africa: gli schiavi, perché questo “articolo” sembra essere la chiave di volta di tutta l’economia dei traffici rahdaniti* negli ultimi tempi.
Gli schiavi erano stata la maggior risorsa dell’Impero Romano per far funzionare l’agricoltura e condurre i lavori pesanti, in mancanza di macchine. Grandi contingenti ne giungevano a Roma dalle campagne militari in cui i “selvaggi” barbari, conquistati e fatti prigionieri, venivano avviati al lavoro. All’alba del Medioevo il serbatoio degli schiavi era ancora costituito da Germani, Galli e Celti. Poi, con la scissione dell’Impero, l’indebolimento della Parte Occidentale e con i Germani che diventavano essi stessi re ed imperatori, il mondo germanico cessò di esserne fornitore e cominciò invece a vendere come schiavi gli altri popoli scacciati dai territori che continuavano ad invadere: in primo luogo i vicini Slavi!
La richiesta di schiavi, con l’arricchimento delle corti e della proprietà terriera, aumentò ed il flusso di giovani, non più soltanto prigionieri di guerra, diventò un traffico stagionale notevole e necessario, specie nella Terra Russa, dove lungo i fiumi se ne vedevano in gran numero con le mani legate al collare di legno, diretti per tutte le destinazioni.
Dagli scritti del vescovo di Lione, Agobardo (ca. 849), Sul battesimo degli Schiavi dei Giudei o Contro l’empio precetto sul battesimo degli schiavi dei Giudei o ancora Sull’insolenza dei Giudei veniamo a sapere che anche i ricchi Giudei del Rodano erano diventati dei grandi proprietari terrieri e queste grandi imprese agricole fiorivano proprio per l’impiego di numerosi schiavi.
Ciò non destava stupore al nostro vescovo, se non perché molti di questi giovani, secondo l’uso ebraico, dovevano comportarsi secondo certe etichette tradizionali a casa del padrone ebreo rispettando alcuni cerimoniali. Al Sabato poi dovevano partecipare al rito senza eccezione. Tutto questo col passar del tempo, specialmente se i soggetti erano dei ragazzi, portava lo schiavo a diventare un vero e proprio ebreo nei modi e nei riti. Essendo figlio di madre sconosciuta, poteva essere circonciso. In più, se si fosse comportato bene, all’anno sabbatico poteva anche essere affrancato e diventare a pieno titolo membro della comunità locale. Per Agobardo invece questi schiavi erano dei potenziali cristiani e quindi andavano battezzati, secondo il rito della Santa Romana Chiesa e tolti (ma non affrancati!) dalle mani degli ebrei!
Costoro, però, non solo utilizzavano schiavi, ma ne fornivano a chi potesse pagare. Gli ebrei, infatti, sapevano come procurarsi giovani e giovanette anche da altri paesi, dove vivevano ancora popoli e famiglie che li vendevano. Questi schiavetti, secondo Agobardo, dovevano essere battezzati…
Purtroppo era una battaglia difficile perché gli ebrei locali erano talmente potenti, da dettar legge in tutta la Francia, da Lione in giù. Il vescovo lamenta, interpretando i sentimenti di rancore ed invidia di coloro che sono stati meno bravi a far fortuna come i Giudei lionesi, che il giorno di mercato, giusto per favorirli, era stato spostato dal sabato alla domenica! In conclusione un bel problema per un paese eminentemente cristiano…

Questa situazione era più sfumata invece in altri paesi d’Europa.
In questo traffico di giovani da varie parti d’Europa e d’Asia (e d’Africa, ma qui i pelle-nera erano molto meno apprezzati e quindi trascurati dai commercianti rahdaniti!) di cui si occupavano gli ebrei, ad esempio apprendiamo che da al-Andalus*, persino le giovani andaluse erano vendute in Marocco ed Egitto!
Come mai fioriva questo commercio proprio in mani ebraiche?
Innanzi tutto, lo ripetiamo, non faceva scandalo vendere giovani e giovanette, comprate, talvolta, fra i figli “in più” delle famiglie contadine che non potevano mantenerli, né impediva che in caso di debiti insoluti, un uomo impegnasse la propria persona o qualche suo figlio come schiavo presso il creditore, per saldare il dovuto col lavoro periodico o con la vita. Ed ancora, non faceva neppure scandalo vendere (o chiedere il riscatto di) prigionieri di guerra, fatti schiavi. Tutte cose queste assolutamente legittime, specie per un mondo d’uomini che, mancando di tecnologia, dovevano usare la forza intelligente dei loro stessi simili per produrre e sopravvivere. Il concetto di “operaio salariato” ancora non esisteva e solo in campo militare si trovava il soldato ricompensato per il suo lavoro in guerra, con beni o denaro tratti dal bottino della vittoria.

Per quanto riguarda gli ebrei ricordiamo che un lungo capitolo dell’Esodo detta le regole, anche minuziose, su come tenere, vendere ed acquistare uno schiavo, ebreo oppure no. Dunque chi, meglio degli ebrei, poteva gestire questa “merce”, senza incorrere in anatemi religiosi?
In questo periodo, tuttavia, appaiono d’improvviso in Europa Occidentale i primi Vichinghi dalla Norvegia e dalla Danimarca e le loro scorrerie implicano, non solo la devastazione dei campi coltivati, ma anche e soprattutto lo svuotamento delle abbazie cristiane delle loro ricchezze e la cattura dei giovani in buona salute…per essere rivenduti come schiavi! I Vichinghi perciò entrano in questo business proprio attraverso questo “articolo”, ad esempio portando giovani, dall’Inghilterra appena sottomessa alle loro razzie, nel mondo mediterraneo.
Questi pirati presto capiscono che questa “merce” è pagata moltissimo nei mercati del sud e può dare un grossissimo lucro, ma…non hanno le “conoscenze specialistiche” per incrementare questi affari! Ed allora occorre individuare dei buoni e fidati mediatori!
C’è un episodio, riportato dal sopra nominato Agobardo, molto indicativo a questo proposito. Racconta che lungo le rive mediterranee della Provenza, agli inizi del IX sec., apparve una squadra di navi…ebree! Gli abitanti, infatti, pensavano d’averle riconosciute come tali dal costume dei comandanti o da altri segnali che di solito portano le navi e gli uomini della ciurma. Quando però le navi approdarono ed una torma d’avvinazzati guerrieri si sparse fra le case delle piccole cittadine, saccheggiando, bruciando e catturando giovani e giovanette, ci si accorse che dalle navi erano scesi dei… Normanni (come si chiamavano allora più comunemente i Vichinghi)!
E i segni di riconoscimento ebraico a che servivano? Non è dato saperlo, ma tutto ci porta a pensare che commercianti ebrei e i pirati vichinghi fossero (al principio ogni tanto, ma poi sistematicamente) d’accordo per condurre imprese piratesche, ovunque si potesse. E quale bottino si poteva realizzare lungo coste di poveri pescatori di Provenza, se non giovani da rivendere come schiavi?

Se poi ci chiediamo come mai i Rahdaniti si fossero alleati coi Vichinghi in questo commercio d’uomini, allora la ragione basilare la troveremo proprio nell’interruzione del commercio della seta dalla Cina in seguito alla rivolta contro gli stranieri, di cui abbiamo già raccontato, e l’arditezza di questi pirati a procurarsi la “merce”.
Lasciando da parte ora tutta la storia della schiavitù nel mondo mediterraneo, ciò che desidero sottolineare qui è che, se questa era la situazione nell’Europa Occidentale, anche in quella Orientale il traffico degli schiavi era importantissimo!
E, siccome la maggiore potenza commerciale del Vicino Oriente, a quei tempi, era proprio la Cazaria*, uno dei cespiti maggiori del commercio di questo paese (e poi di Kiev) non era dunque solo il traffico delle pellicce di zibellino carissime, del miele carissimo o della cera, ma, nel momento della sua maggiore gloria, gli schiavi!
Costoro, non solo costavano tantissimo, ma la domanda internazionale era sempre in aumento. Uno schiavo rappresentava un ottimo investimento da parte dei compratori perché si ripagava col suo lavoro non remunerato in pochissimi anni e quando si ammalava, veniva semplicemente lasciato morire e sostituito con uno sano! Così il commercio di schiavi dalle Terre del Nord in quei secoli IX-X toccò un tale volume che le corti arabe, da Baghdad a Cordova, conoscevano la Terra Russa come la Terra degli Schiavi (Bilad as-Saqaliba)!
Dunque i procacciatori d’affari dei Rahdaniti per questi “articoli” furono proprio i Vichinghi, in Occidente, i Variaghi rus, nella Terra Russa, perché solo questi sapevano come approvvigionarsi senza incorrere ad infrazioni religiose (a quei tempi la religione era un fattore molto importante), mentre i mercanti ebrei possedevano gli accordi giusti per far rendere al meglio questo commercio presso le corti e senza grandi difficoltà logistiche lungo i loro sperimentati itinerari. Per di più, con l’aiuto (ben pagato) delle altre comunità della Diaspora, era sempre l’organizzazione rahdanita che gestiva i chirurghi che castravano i bambini slavi a Verdun, Regensburg o nella lontana Samarcanda, elevando fortissimamente il loro valore di mercato!

Queste informazioni ci giungono da Liutprando da Cremona (922-972) che indica come centri di castrazione non solo Verdun, ma anche Pequina (Almeria) in Andalus! Gli eunuchi, infatti, erano molto apprezzati nelle corti musulmane e chi meglio di un chirurgo ebreo avrebbe potuto operare un ragazzo, senza farlo morire? Probabilmente questi medici erano mohelim che oltre a circoncidere si adattavano anche a castrare.
Siccome poi sappiamo che i bambini castrati erano di solito d’origine nordica e “russa”, ecco che gli eunuchi slavi avevano una fama di “qualità”, maggiore d’ogni altra.
Il loro “marchio”, diremmo noi oggi, si affermò in tal modo che dal vocabolario di molte lingue europee del Mediterraneo sparì la vecchia parola latina servus (ossia schiavo) per essere sostituita con schiavo (ossia slavo)!
Può sembrare incredibile che uno stato imposti un’economia sulla vendita d’uomini e di donne ed altrettanto inverosimile che vi fossero famiglie che vendevano i loro figli. Ma la vendita degli schiavi fu la grande ricchezza della Terra Russa per secoli (e forse ancor oggi).

I Variaghi conoscevano dunque vari metodi per procurarsi gli schiavi.
Un metodo era quello dell’impiego della forza: catturare dopo un assalto improvviso, tutti i giovani che si poteva! Ed i rus furono famosi per queste scorrerie velocissime con rapida fuga sulle loro barche, tanto che i Bizantini appiopparono loro il nomignolo di dromites ovvero gli sfuggenti! Questo però alla lunga è sicuramente il metodo più costoso, poiché gli schiavi costituenti il bottino della combriccola piratesca dovevano poi essere divisi fra tutti i pirati.Uno schiavo, prigioniero di guerra, a rivenderlo, appesantiva il prezzo finale perché si doveva tener conto della ricompensa all’armigero che lo possedeva. Inoltre la cattura con la forza, in una specie di caccia all’uomo molto frequente, non è un approvvigionamento sicuro e costante, perché non si può prevedere il numero degli schiavi catturati e talvolta bisogna battere molti villaggi per catturarne un numero sufficiente. Nè si può ritornare sempre negli stessi luoghi a catturare gente, senza spopolare i luoghi stessi.
L’altro metodo è: comprare i bambini dai contadini o dai poveri pescatori del profondo nord.
In effetti, non c’era niente di male neppure in questa compravendita, se si pensa che la famiglia, quando avesse avuto un figlio in più da mantenere, l’avrebbe sicuramente abbandonato nel bosco o dato in affidamento al mercato per una qualche ricompensa al primo che si fosse offerto. Già le ragazze erano acquistate dai futuri mariti. Vendendo un bimbo agli “specialisti” la famiglia ne ricavava non solo qualcosa, ma assicurava al ragazzo una vita futura migliore, in ogni caso!
Non dimentichiamo che la campagna russa, fino al XIV sec., aveva una coltivazione molto primitiva e gli stenti e le malattie, nella prima infanzia, erano micidiali più che in altri luoghi d’Europa.
Come abbiamo visto al principio di questa avventura commerciale dunque, la mafia del nord non sempre pagava per la merce che poi rivendeva. Spesse volte appiccava semplicemente fuoco alle case o minacciava i villaggi, tanto che la gente si rifugiava nella foresta, non appena si sapeva di sbarchi variaghi sulle coste baltiche, anche se doveva assistere impotente alla distruzione dei propri averi ed alla deportazione dei ragazzini che erano rimasti indietro nella fuga!
Il momento migliore per catturare o comprare i bambini era l’autunno, quando gli abitanti dei villaggi non potevano più fuggire nella foresta, già coperta di neve! Ecco perché fra le genti del nord la paura di saccheggi e deportazioni aumentò proprio quando si seppe che i rus, invece di ritornarsene in patria alla fine della bella stagione, decisero di insediarsi stabilmente in quelle lande…

Abbiamo notizia da Costantino Porfirogenito che il “principe” (in greco però è chiamato arkhon e cioè semplicemente capo!) di Kiev all’inizio della cattiva stagione faceva il poljudie* e cioè un suo giro fra i popoli soggetti vicini, per la raccolta delle merci da immagazzinare per poi rivenderle alla bella stagione seguente.
Se osserviamo la parola poljudie, essa contiene la parola ljud che in antico slavo indicava uomo libero (Vassmer nel suo Dizionario Etimologico della Lingua Russa, associa la parola al latino liber e al greco elevteros, uomo libero). Il poljudie cioè indicava la raccolta dei giovani liberi, come si fa ancora oggi, comprando lavoro (e lavoratori!) nella piazza del paese, perché oggi è vietato vendere o comprare esseri umani!
E dove si custodivano tutti questi ragazzi, prelevati fra la loro gente, volenti o nolenti? Naturalmente nei depositi che i variaghi costruirono sulle alture in mezzo ai fiumi che in seguito diventarono…i Cremlini delle città russe!
Una prova in più? Il Cremlino nelle città russe del nord era chiamato in russo Detinez ossia il Deposito dei Bambini!
Tutto andava a gonfie vele finche nel X sec. non sorsero altri concorrenti lungo le stesse correnti di traffico rahdanite, quando gli stessi montanari del Caucaso o i nomadi si misero a commerciare i propri schiavi direttamente, a partire da…Derbent!

Qui i feudatari locali, non avendo eserciti da mantenere, compravano questi giovani trasformandoli in contadini legati alla terra, assoggettati a questo o a quel signore locale. Il trattamento riservato a costoro era tale che corrispondeva quasi ad un’affrancatura dello schiavo stesso e si racconta d’interi villaggi, abitati da schiavi appartenenti allo scià di Scirvan (Azerbaigian) lungo la costa caspica, che si amministravano da soli.
Gli schiavi, da queste parti intanto, cominciarono non solo ad essere impiegati come macchine umane per produrre beni di consumo, ma anche come armigeri, se sapevano andare a cavallo e tirare con l’arco. Quale nomade non sa far questo imparando già da bimbo? Quindi la concorrenza con gli schiavi venduti dai rus diventò molto forte giacché i turchi stessi cominciarono a “vendere” i loro ragazzi nel mondo islamico. Si ebbe, a quei tempi, un’emigrazione dei turchi verso i paesi islamici più ricchi, proprio per andare in servizio militare, sebbene da schiavi!
Per gli altri “ingaggi”, non da schiavi però, si prestavano volentieri gli stessi rus, se ben pagati!
Anche i Cazari ebbero un esercito mercenario, comprato a buon prezzo, composto di figli di nomadi del Tabaristan e dagli altri popoli dei dintorni del Caspio o persino dai rus.
Un esercito, mercenario o no, però costa molto e non produce ricchezza, se non quando va in guerra, conquistando città e pagandosi da sé col bottino. Ora, siccome i giovani al servizio dei Cazari provenivano da famiglie di solito di religione musulmana, erano molto difficili da gestire, specie quando dovevano far la guerra contro altri uomini della stessa fede. Così a volte la Cazaria preferirà, ogni volta che lo potrà seguendo un vecchio modo di fare antico quanto l’Impero Romano, mobilitare intere popolazioni nomadi contro il nemico scelto, invece di mettere in campagna un proprio esercito che potrebbe essere sconfitto con conseguenze disastrose e costare intere fortune statali.
Una spesa “a metà” al posto di un esercito cosiffatto era invece l’impiego delle mafie armate rus.
Non dobbiamo dimenticare che la Cazaria era circondata da paesi non sempre amici e la difesa dei confini e delle terre costituiva un problema quasi giornaliero.
Dice l’Anonimo Persiano dei documenti di Cambridge che i nemici dei Cazari sono: “Gli Asi (Jasi od Osseti), la Porta-delle-Porte (i musulmani di Derbent), gli Zibukhi (Circassi), i Turchi (Magiari), i Luznja (i rus di Ladoga)”.
Kiev è uno dei paesi soggetti alla Cazaria, ormai. Per cui basta siglare l’accordo con un capo, affinché le combriccole (druzhiny* in russo) si mobilitino con tutte le forze necessarie, formate anche da giovani non rus, ma ben addestrate, per riversarsi sul campo di battaglia. La vittoria o la sconfitta non coinvolge direttamente i Cazari e costa loro solo un bottino acquisito o mancato.
La fama di queste bande rus poi era notissima. L’Anonimo Persiano dice testualmente: “Il popolo delle terre dei russi…è sempre in guerra. Combattono con tutti i pagani che sono confinanti con loro e riescono a vincere (quasi sempre). Fra di loro c’è un gruppo chiamato muruwwat.”

Ed ecco il commento di Gumiljov a queste poche parole:
“Sotto muruwwat (in arabo i virtuosi della guerra, ossia le druzhiny) s’intendono i militari professionisti che insieme al resto dell’armata costituivano un tutto unico. Proprio questo tipo d’esercito slavo, decidevano di usare Rahdaniti e normanni (Vichinghi o Variaghi), spingendo i giovani slavi a pagare un tributo (dovuto perché gente assoggettata ai Cazari) col loro sangue. Le stesse imprese militari sul Caspio e nel Ponto (Mar Nero) erano inutili (ad esempio), ma il kaghan* cazaro e quello di Kiev trovarono il modo di mandare i giovani alla morte per servire i propri intimi interessi. E’ duro vivere sotto il giogo dello straniero!”
Sorse però col tempo una nuova questione. L’avidità delle druzhine e le vittorie militari dei rus fecero pian piano diventare i rus una minaccia costante, per tutta l’area del Caspio cazaro e non solo. I rus diventarono poi incontrollabili proprio perché non c’erano mai forze pronte ed armate da opporre loro. Per fortuna i rus apparivano stagionalmente e non avevano una politica di conquista ben precisa e finche non esistette un centro rus, il fenomeno fu almeno prevedibile.
In questo quadro s’inserisce la più importante delle spedizioni dei rus sul Mar Caspio fatta per conto del kaghan: quella di Berda’a o Partava.
Deve essere stata un’impresa che ebbe risonanza notevole per tutta l’area del Caucaso poiché ne parlano i maggiori storici da Mosè Kahankatvatsi, Ibn al-Asir, Ibn Miskaweyih per finire al famoso Bar Hebraeus (Abul Farag’ Grigorius ibn al-‘Ibri al-Malati).
Berda’a, a parte la datazione che non è poi tanto sicura, non ha tuttavia la caratteristica di una spedizione punitiva o impresa per bottino e saccheggio, ma pare il primo tentativo di conquista da parte dei rus di una terra tutta per loro. In quest’iniziativa si legge, ben chiara, quest’intenzione. Berda’a è, quasi certamente, un segno concreto e tangibile del desiderio di avere uno stato rus…
E’ probabile che i Cazari desiderassero un tal evento per i rus affinché anche costoro divenissero uno stato alleato di Itil*, a guardia delle coste caspiche. Berda’a tuttavia, alla fine, diventerà la più grossa disfatta dei rus, e per questo val la pena di raccontarla.

Seguiamo, sull’evento, la versione d’Ibn Miskaweyih (morto nel 1030).
Vicino al fiume Kura (il fiume che passa per Tiflis) c’è la città di Berda’a, sulla quale i rus piombarono, col permesso dei Cazari che sapevano dell’assenza del signorotto locale occupato di là del Caucaso (in Siria).
La conquistarono con poco sforzo, data l’esiguità della difesa rimasta. Entrati in città fecero la solita offerta mafiosa ai cittadini: se vi sottometterete, noi vi difenderemo dagli attacchi di qualsiasi nemico esterno e vi garantiamo anche di lasciare la libertà a ciascuno di professare la propria religione e le proprie occupazioni. Purtroppo la pace conclusa è illusoria perché continuano gli attacchi agli odiati occupanti rus da parte dei resistenti.
Nel frattempo Marzuban ibn Muhammad, il signore locale, torna col grosso del suo esercito e pone l’assedio alla sua città occupata. Per fortuna dei rus, un attacco da sud fa ritirare gran parte dell’esercito di Marzuban che abbandona di nuovo Berda’a nelle mani dei nemici. Costoro non intendono rinunciare più alla loro conquista, ma il destino è contrario! Una strana dissenteria li sta decimando (secondo alcune fonti l’acqua dei pozzi a loro disposizione, era stata avvelenata da Marzuban) ed inoltre i continui scontri con i ribelli “indipendentisti” locali li hanno ormai esauriti. Così, una notte sono costretti ad uscire dalla città con tutto il bottino che riescono a portare con sè. Si riuniscono nell’accampamento lungo la riva del fiume per far consiglio, prima di abbandonare definitivamente l’impresa, ma le forze mancano. Alla fine decidono di metter di nuovo le loro navi in mare e tornarsene al loro paese.
E’ il 943!

La domanda che mi sono allora posto è: se la Cazaria ha permesso tutto ciò, che cosa si attendeva o quali erano gli accordi con le bande rus in questo progetto? Non avevano i Cazari notato i fermenti di Kiev che aspirava a diventare un centro rus indipendente e qualcosa di più di una semplice città-mercato slava? Se tale piano era stato compreso, allora aveva la Cazaria deciso di concedere ai rus un territorio, più vicino e sotto controllo d’Itil, purché se lo fossero conquistato? E’ difficile rispondere perché non possiamo fare confronti, nemmeno con qualche riscontro nella Cronaca russa!!

Ed anche tale coincidenza appare strana! La Cronaca Russa indica un’ostilità crescente dei rus di Kiev verso Itil e la ricerca di un’indipendenza economica e politica propria, ma non registra nemmeno un accenno all’impresa di Berda’a!
Forse dobbiamo rilevare che la Cronaca dei Tempi Passati è un documento scritto nel XI sec. e rimaneggiato per la gloria della dinastia regnante a Kiev, discendente da Rjurik di Ladoga, perciò gli insuccessi così lontani nel tempo e tanto negativi per la dinastia rus, era meglio tacerli! Se è così, allora tutto è chiaro…
In questi anni a Kiev il capo-mafia è Igor, un rus di Novgorod che Oleg aveva portato con sé, perché figlio di Rjurik ed a lui affidato. Igor è molto oscuro, come persona, e nelle cronache russe non sempre è un personaggio amato. Le sue imprese sono descritte per lo più in chiave abbastanza sinistra. E Igor non risulta aver partecipato all’impresa di Berda’a.
Secondo me, il potere a Kiev non era così come descritto nelle Cronache. Aveva gran peso invece l’Assemblea Cittadina (Vece in russo) ed il suo capo eletto. Se poi riflettiamo sulla presenza degli ebrei cazari e no, a Kiev, è evidente che questi erano persone molto influenti e ricche. Sicuramente, perciò, il kahal stava diventando sempre più influente nell’Assemblea nel guidare persino le mosse politiche dei capimafia come Oleg ed Igor.
Gli ebrei, a Kiev, non ebbero interesse o l’occasione di giungere, come comunità, al potere, come invece aveva fatto il kahal cazaro d’Itil, ma avevano sotto controllo Kiev dal punto di vista economico, come sappiamo dalle rappresaglie contro di loro fin nei secoli seguenti, quando il kahal si trovò creditore della nobiltà terriera russa insolvente ed isolato in un ambiente a maggioranza cristiano, ora ostile.
Ci fu qualche accordo con Itil, sfruttando la situazione d’essere correligionari e cointeressenti nei traffici, per controllare la situazione politica a Kiev? Non lo sappiamo…
Gli ebrei kieviani nella Cronaca Russa sono nominati proprio a cominciare dal 942, quando i Cazari “hanno ancora il comando” nella grande città slava!
Se, come fa notare Gumiljov, i rus hanno subito ben due grosse sconfitte in questi anni e le druzhiny variaghe sono talmente decimate da non poter reagire o usare del tutto la loro forza, in questo momento i rus non costituiscono un esercito da mettere in campo. Continueranno, invece, a rimanere numerosi al servizio del kaghan, come guardie del corpo, in cui le attività militari sono più limitate e le perdite umane molto poche…
Uno stato feudale, com’era appunto la Cazaria, non spendeva molto dei ricavi raccolti (tributi, tasse, balzelli, bottini etc.), in investimenti per il benessere dei cittadini, come ci si aspetterebbe da uno stato d’oggi. Pertanto la ricchezza cresceva e si accumulava sempre nelle mani dei pochi che erano al potere o che con esso collaboravano.
Le uniche grandi spese possibili (e necessarie) erano, al contrario, dirette al mantenimento di una guardia reale composta di mercenari per la difesa del kaghan o nell’ostentazione d’oggetti di gran lusso a corte, ed i rus rientravano nella prima voce di spesa.
Oltre i rus, come abbiamo detto, i Cazari avevano come armigeri anche i persiani islamizzati della Choresmia* e delle altre zone a sud del Caspio.

Nel 945 c’è un avvenimento che sconvolse non poco la Cazaria.
Un generale, Adud ad-Daula, nato sulle coste caspiche del Daylam e nipote del potente Buya, diviene così importante politicamente a Baghdad da ridurre il Califfo ad un semplice fantoccio nelle sue mani e decidere di chiudere per sempre la via del traffico con la città ai Cazari Ebrei!
 I Cazari, preoccupati di questa inaspettata misura, per mantenere la loro potenza useranno tutti gli sforzi possibili a quei tempi, allo scopo di ripristinare i flussi di dirhem* (il denaro d’oro di Baghdad) che venivano dal sud nelle loro casse.
Non ricorsero invece alla guerra.
Su chi allora poteva contare l’élite giudaica della Cazaria, fra tutti i popoli che dominava, affinché si potesse fare fronte comune, contro misure così pericolose come quella di Baghdad? Che peso avevano le parole di Giuseppe che raccontava, nella sua Risposta, di aver numerosi popoli soggetti?
Dopo aver conquistato un popolo, per governarlo o tenerlo a bada, a volte non bastava la semplice conquista militare o la detenzione in ostaggio presso il kaghan dei figli dei capi. In alcuni casi si ricorreva al matrimonio dinastico. L’harem cazaro era sempre abbastanza grande da accogliere nuove donne, con la poligamia vigente. Con altri popoli bisognava ricorrere all’occupazione permanente o sfruttando la tradizione per religione o stirpe.
Secondo Masudi nel 943 i Cazari potevano contare su una sola e sicura alleanza: quella con la Choresmia, da cui passavano le vie di traffico che univano Cazaria e Urghenc’. Di qui venivano gli stessi Cazari perché popolo nomade e dunque c’erano tutte le premesse affinché un legame, fra le due nazioni, durasse nel tempo. Purtroppo la conversione dei Choresmiani all’Islam e all’Ebraismo dei Cazari produsse qualche screzio. L’Islam intanto aveva sconvolto i legami e le tradizioni comuni che esistevano prima e, in generale, aveva diviso i popoli fratelli fra Itil e Urghenc’.

Nel 710, in tempi non sospetti ad esempio, quando c’era stato il bagno di sangue per la conversione all’Islam, addirittura tutta l’élite letterata ebraica era fuggita in Cazaria ed ora l’emiro d’Urghenc’ era diventato persino un fedele propagandista dell’Islam!
La guerra dunque rimase impensabile ed inattuabile, ma la chiusura di Baghdad non si rivelò un gran disastro per i Cazari, perché proprio in questo periodo comincia a funzionare una zecca cazara che conia dirhem, imitando quelli del Califfato!

Negli anni del regno di Giuseppe, kaghan dei Cazari, però, non abbiamo delle vere e proprie ribellioni o scontri pesanti intorno ad Itil, sebbene ci siano numerose formazioni di piccoli stati indipendenti, tutt’intorno al Caspio, e tutti che abbracciano com’egida proprio la religione musulmana. Questi stati, esenti da qualunque controllo da parte dei Cazari perché (e lo sono stati da sempre) indipendenti, ora che Baghdad non conta più, nei secoli successivi avranno un ruolo fondamentale, poiché costituiranno il nerbo della popolazione sciita dell’Iran ed Iraq d’oggi.

Glossario:

Ebrei rahdaniti – erano i mercanti internazionali dell’alto Medioevo, specialmente attivi sulle rotte del Nordafrica e per l’Oriente asiatico e il loro kahal (comunità) di Kiev era il più antico conosciuto in Terra Russa. Abitavano di solito insieme agli altri mercanti fuori delle mura alte della città e in particolare intorno alle porte poi dette degli Ebrei (Zhidskie Vorota)
Al-Andalus – così era chiamata la Spagna al tempo del più famoso Regno Arabo sotto Abd ur-Rahman (X sec.)
Cazaria o Impero Cazaro – una potenza regionale dell’Anticaucaso che impose il proprio dominio per oltre 5 secoli in quest’area e poi scomparve forse sotto le inondazioni delle acque del Caspio che erano in periodo di risalita
Choresmia e Choresmiani – regione sulle rive orientali del Caucaso oggi corrispondente al Tagikistan-Afghanistan più o meno. La sua capitale Unrghenc’ era rinomata per i suoi tessili da cui l’italiano ORGANZA.
Dirhem – dal greco drahma, erano le monete d’oro o d’argento in circolazione nell’ex Impero Bizantino ora in mano araba. Altre monete erano i fils (greco follis), i dinar (lat./greco denarios), rial (dal genovese ant. ruotolo ossia rotolo di pezzi d’argento)
Kaghan – era il titolo del sovrano cazaro adottato anche da Vladimiro di Kiev
Itil – era l’antico nome del Volga e della città capitale della Cazaria, situata probabilmente nei dintorni di Satatov
Druzhina plur. Druzhiny – compagnia armata a servizio permanente del principe di Kiev
Poljudie – giro invernale annuale fatto dal principe variago di Kiev per la raccolta delle merci da vendere, in special modo degli schiavi bambini

2) I Cazari e lo scherzo della zucca

Durante le campagne d’Eraclio (VII sec. d.C.) insieme con i Cazari avviene il famoso Episodio della Zucca! Non è questo un passo di poco conto, perché, come vedremo da alcuni particolari riportati nella Cronaca armena, ci fornisce molti elementi per comprendere com’erano visti i Cazari, una potenza ancora in crescita, dagli altri vicini e come i loro costumi erano considerati ridicoli e disprezzabili, perché ancora pagani, ma tipici.
Ed ecco quel che accadde.

Racconta lo storico armeno Mosè Kahankatvatsi che l’esercito del khagan (è il titolo turco dei capipopolo) distrusse Derbent, penetrò in Iberia (così si chiamava allora la Georgia Caucasica) ed assediò la capitale Tiflis (Tbilisi), in stretta alleanza con Eraclio.

Tiflis resistette egregiamente e a lungo all’assedio dei bizantini e dei Cazari.
Addirittura (nel 627), i Cazari non riuscendo a prevalere e vedendo avvicinarsi l’inverno, con tutti i cavalli che avevano portato dietro e che dovevano nutrire, decisero di ritirarsi. Erano ben 40 mila cavalieri, da quel che si sa. Quando gli abitanti di Tiflis dall’alto delle mura (la città è situata a ca. 40 metri su rocce a strapiombo sul fiume Kura), videro che l’odiato e pagano nemico cominciava a ripiegare, naturalmente ne furono felicissimi e, nell’allegria che la ritirata provocò, pensarono di burlarsi delle credenze cazare.

I Georgiani erano profondi cristiani e conoscevano benissimo la suscettibilità dei loro vicini nomadi e, ritenendoli profondamente ostili a causa del loro paganesimo, furono felici di metterli in ridicolo per far loro credere che non solo Derbent, ma Tiflis pure era imprendibile, anche perché il vero Dio dei Cristiani la proteggeva. Così portarono sulle mura della città una grossa zucca (o frutto simile), ma tanto grossa che fosse visibile da lontano.

Vi appiccicarono a mo’ di sopracciglia alcuni rametti e al posto del naso (questa parte del volto non era stata disegnata, proprio per ridicolizzare il naso camuso) due fori. Qualche capello lo applicarono sulla bocca a mo’ di baffi spioventi (niente barba, a scherno del viso glabro dei turchi) e montata la zucca su un palo la mostrarono al nemico in ritirata gridando: Ecco il vostro kaghan! Dove andate? Non andate via, se non l’avete mai visto, eccolo ora qui! Venite ad ossequiarlo!

Il kaghan naturalmente, conoscendo la sorte che gli toccava se fosse incorso in una sconfitta definitiva e cioè la morte per strangolamento, lasciò correre quella volta, ripromettendosi di tornare. Infatti non dimenticò l’offesa e l’anno dopo si ripresentò sotto le mura. Questa volta però riuscì a catturare la capitale georgiana e quando gli furono portati davanti i due capi della città responsabili della beffa della zucca, ordinò di accecarli dicendo: se avete dimenticato di disegnar degli occhi sulla mia testa, perché non li avete notati, a che vi servono allora i vostri?
Ciò fatto il kaghan cazaro se ne tornò a casa, lasciando suo figlio a controllare la situazione.

Dopo quest’episodio, il peso politico dei Cazari cominciò a farsi sentire sempre di più sulle nazioni dell’Anticaucaso, opponendosi alle velleità dei nuovi capi nomadi, a valle, che sognavano, essi pure, di fondare nuovi stati propri.
I Cazari, per meglio imporre il loro potere, proclamano se stessi gli eredi legittimi della stirpe turco-unna Ascina che aveva fondato lo stato eftalita ormai decaduto e dimenticato, spiegando che le donne cazare, già da qualche tempo frequentavano gli harem dei capi eftaliti. Erano dunque essi, i Cazari, i figli di questi matrimoni e quindi i soli legittimati a rimettere in auge il potere di quest’antico popolo che dominava sulle altre tribù dell’Anticaucaso e divenendo loro stessi “turchi occidentali”, come saranno chiamati spesso dai Bizantini.

In realtà si sa che i Cazari avevano accolto nella loro tribù i Tjurkuti (i turchi d’Ammiano Marcellino) del khan Istemi, una tribù unna e nomade proveniente dalla steppa orientale. Questa gente era effettivamente della stirpe Ascina e, benché assimilata ai Cazari, serbò con gelosia gli antichi costumi del nomadismo stagionale, come l’elezione del kaghan o del ruolo di quest’ultimo contro gli eventi della natura etc., coniugandoli con quelli degli stessi Cazari, ormai quasi sedentari. Ciò dette a questi ultimi il prestigio maggiore che cercavano. E molte di queste tradizioni nomadi, con una punta d’orgoglio, resisteranno quasi immutate in Cazaria, anche quando il Giudaismo diventerà la religione della casta al potere.

Da MESCEKH, IL PAESE DEGLI EBREI DIMENTICATI © di Aldo C. Marturano, Atena 2004

3) Una bylina cecena

Rivisitata da Aldo C. Marturano

C’era una volta nei tempi ormai dimenticati un signore (in ceceno chiamato padciak) a nome Pirjò o Pirjòn figlio di Sel il quale non avendo molto da fare un giorno decise di creare la terra e il cielo. La Terra risultò abbastanza facile da fare, ma per il cielo che doveva coprirla tutta ci volle molto tempo e gli uomini aspettavano perché senza il cielo non c’era il sole e senza il sole non c’erano le nuvole e senza le nuvole non c’era la pioggia e così via. Insomma, raccontano i ceceni, il cielo era così grande che un asino di appena tre anni che Pirjò mandò da un capo all’altro morì prima di arrivarci e si sa che gli asini vivono a lungo! Il cielo però non piacque molto al Dio Supremo che si lamentò del lavoro di Pirjò e Pirjò decise di farne un altro e stavolta come una grande tenda di bronzo al confine dell’universo. Vi fece tanti buchi e impose alle donne di rotolare le botti piene d’acqua lungo la volta e poi di lì rovesciarle per far la pioggia. Pirjò ha sempre aiutato gli uomini e inventò per loro persino il mulino e siccome Pirjò aveva molta stima dei vecchi e amava i bimbi era solo per loro che faceva tutte queste buone cose. E proprio per loro inventò il pane! Guai a colui che non trattava bene un pezzo di pane o che lasciasse cadere una briciola per terra senza poi raccattarla!
A ricordo di queste imprese di Pirjò le donne mettono intorno alla fronte una fascia con appesi tanti ciondoli a forma di goccia d’acqua per mostrare come la pioggia cadeva dalle botti. A ricordo della mole del mulino fanno il pane a forma di grossa ruota di pietra e, siccome ci vollero tre giorni, per metterla in funzione, ne mettono tre in tavola…

DISCUSSIONE:

Pirjò, Pirjòn probabilmente è mutuato dagli Slavi (e dai Balti) che adoravano come dio supremo Perun identificandolo nel Signore del Fulmine, mentre il titolo di padciak è più tardo perché viene dal turco padiscià che era il titolo assegnato alla carica di capo provincia. La leggenda messa insieme da noi in realtà poi è più frammentata di quel che può apparire perché i racconti raccolti sono più di uno sulle imprese di Pirjò. Anche il cielo fatto di rame o di bronzo è comune al folclore baltoslavo e così le acconciature femminili che addirittura prevedevano che le “gocce” avessero la forma di un viso femminile che gli Slavi ricordano come semidee sotto il nome di vily o bereghinii che avevano di solito viso di donna e corpo di uccello e che abitavano nelle nuvole. Il motivo invece delle nuvole abbinate alla donna è abbastanza diffuso in tutta l’area caucasica e mediterranea e si riflette nel velo che le donne portano al momento dello sposalizio. Il motivo del pane invece è innovativo poiché i Ceceni come gente che abita ai piedi dell’Anticaucaso e su per i declivi della montagna viveva di caccia prevalentemente e dunque l’agricoltura dei cereali per fare il pane era un’attività dei contadini slavi e ciò tradisce un antichissimo legame culturale fra queste genti. Un motivo invece che unisce i Ceceni con le genti mediterranee come il sud d’Italia o l’estremo nord come Novgorod-la-Grande è la “pentolaccia”. Questo era un gioco che si faceva d’estate e cioè un calderone di coccio pieno di leccornie veniva appeso ad un albero e un ragazzo a turno con altri bendato e armato di un bastone cercava di romperla per prendersene il contenuto. Gli astanti naturalmente gli davano i suggerimenti per colpire giusto, ma c’erano anche gli altri che ne davano di sbagliati. Il calderone si diceva che fosse stato riempito… da Pirjò!
Bibliografia:
A.S. Klein citato da L. Prozorov – Kavkazskii Rubezh, Moskva 2006
E. De Martino – Le Monde Magique, Bruxelles 1976
V. Propp – Le radici storiche dei racconti delle fate, Torino 1972
V. I. Jeremina – Ritual i Fol’klor, Leningrad 1991
G. Agnaev – Osetinskie Obicai, Vladikavkaz 1999

© 2007 di A.C. Marturano
 

:. INDICE "RADICI COMUNI DEGLI STATI COINVOLTI DALL'INCIDENTE DI CHERNOBYL: MEDIOEVO RUSSO"


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